Critiche

Critiche


2019

Catalogo : Artisti '19 - Mondadori




2019

Rivista: Art Now

Maggio -  Giugno 2019



2019

Rivista: Art Now

Marzo -  Aprile 2019



2018

Critica Mostra: Parigi L'Espace Thorigny

 (Dicembre 2018)



2018

Critica Mostra: Londra Coningsby Gallery

 (Ottobre 2018)



2018

Critica Mostra: Arte a Palazzo

 (Luglio 2018)



2018

Critica Mostra: From Bologna to London

 (Giugno 2018)



2018

Critica Mostra: Galleria Farini Concept

 (Maggio 2018)



2018

Critica Mostra: Arte a Palazzo

Galleria Farini Concept (Bologna - Febbraio 2018)



2017

Critica Mostra: Arte a Palazzo

Galleria Farini Concept (Bologna -  Dicembre 2017)



2017

Critica di Prof.ssa Nicoletta Senco 

Docente ed esperta d’arte


Il segno-significante di Dario Romano


“La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente,

ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.”

Pablo Picasso


Questa definizione calzante, racconta in maniera precisa ciò che con la sua arte intende “dire” Dario Romano. Fedele a se stesso ed alla sua impeccabile formazione, nella perizia tecnica e nel dettaglio grafico, ma al contempo eclettico nel sentimento cromatico. Coglie dalle immagini ciò che è affine,

cercando di armonizzarlo in una sintesi personale ed emotiva. Nulla è lasciato al caso. I tocchi di colore sono evocativi, richiamano e al

contempo ripudiano una realtà osservata non solo con gli occhi, ma in special modo con testa, cuore, stomaco.


Dario sceglie la realtà, non il realismo. Sceglie gli animali perché ama metterli davanti ai nostri occhi, nella loro nuda semplicità.

Per ciò che sono o meglio per ciò che noi crediamo siano. E invece stravolge il tutto raccontando una storia diversa. Lasciando l’osservatore a mettere i propri tasselli nel dipinto. Lasciando che sia chi guarda, a cogliere nuovi aspetti e soprattutto nuovi concetti, di questa realtà analizzata. In maniera impeccabile.


La sua è necessità di dare una visione distorta del reale, dove il paesaggio manca, è un protagonista terribilmente assente. Ma si riversa astrattamente sulla figura mattatrice della tela, l’animale, che popola quello spazio, quel paesaggio. Così mancante eppure così presente.

Ed entra in scena il grande amore per l’Africa, attraverso i suoi protagonisti, attraverso i colori negati. Negati..Si.

Perché Dario Romano, suggerisce con campiture isolate, di colori caldi e contrastanti, il reale.

Ed il colore diventa così essenziale, raro, maniacalmente scelto e steso, con campiture ampie ed intense,

quasi scultoree.

E alla mia mente sovviene il parallelo azzardato, ma efficacissimo, che l’artista seguendo quasi idealmente i concetti di significante e significato, enunciati in linguistica da Saussurre, li reinterpreti in chiave pittorica.

Il significante, indica il piano dell’espressione correlato al significato, all’interno di un segno. Il significante è la forma, che rinvia a un contenuto. L’unione di forma e contenuto, la relazione fra significante e significato, definisce il segno. Il significante, è la parte fisicamente percepibile del segno linguistico, ma oserei dire in questo caso, artistico. L’insieme degli elementi grafici, che vengono associati ad un significato, il quale è invece un concetto puramente mentale, che rimanda all’oggetto, a ciò di cui si parla. E proprio

così io avverto l’arte di Dario Romano.

Descrivere ciò che i nostri occhi vedono, ma proiettando in quel segno migliaia di significati, liberi e personali, che ciascuno di noi

sensibilmente coglie. Prendere a piene mani dall’immagine, un senso diverso della realtà. Trasporre noi stessi nell’immagine e vedere in quei riflessi d’acqua, la natura che dà forza all’animale ed al contempo l’animale che trasferisce nella natura la sua forza.

Perché, come amava ricordare, e praticare Cezanne: “Dipingere non è copiare servilmente il dato oggettivo, è cogliere un’armonia fra rapporti molteplici e trasporli in una propria gamma, sviluppandoli secondo una logica nuova e originale.”


2017

Recensione di  Consuelo Hernandez



La responsabilità collettiva:


La Hernandez Art Gallery è felice di aprire i propri spazi alle opere di Dario Romano, un artista che durante la sua carriera ha sempre lasciato più spazio alla perfezione della tecnica e alla ricerca stilistica, che alla promozione del proprio lavoro e al protagonismo del sé.

In effetti a prima vista, osservando le opere di Romano, è la eccelsa tecnica a velature, ottenuta attraversa una paziente e minzione stesura del medium pittorico, che risalta; tuttavia non bisogna soffermarsi solo sulla tecnica, infatti Dario con questo progetto, attraverso un “non finito” accuratamente ottenuto intende soffermarsi sulla visione del mondo animale che in generale si ha... di qui la realizzazione di un leone in posa di attacco ma privo dei denti e al posto della preda una scatola di pelati, oppure un branco di elefanti

che si arresta davanti all’innocenza di un cucciolo umano.

In effetti il lavoro nel suo complesso scaturisce da un immenso rispetto che l’artista ha nei confronti degli animali, una dimensione del nostro creato che l’uomo moderno ha perso di vista e che scompare sotto i nostri occhi, così come il colore dei loro manti e dei cieli africani svanisce neidipinti di Dario...

Un messaggio che l’artista ha voluto esprimere attraverso le sue tele, un messaggio di positività e responsabilità collettiva che la galleria non solo accoglie ma condivide con l’artista e con le sue meravigliose e grandiose tele.

2017

Recensione di  Anna Bonanni



2008

Critica di Dott. Simone Fappanni

Critico d'arte


LA PITTURA INFINITA DI DARIO ROMANO

FRA REALISMO ED EVOCAZIONE


«Quando il segno diventa forma e il colore diventa materia

il limite tra indelebile e definibile è  forse superato… »

(Anonimo)


Il realismo evocativo di Dario Romano si configura come un’esperienza creativa di notevole impatto visivo ed emozionale.

Il “dettaglio” colorato diventa, nella tavolozza del pittore bresciano, apprezzato insegnante nell’ambito di seguitissimi corsi dedicati alle Beaux-Art tenuti presso l’Associazione Amici del Paesaggio di Rezzato, una vera e propria “metafora interpretativa”, ossia un richiamo a quella pregnanza di contenuti di cui si carica fortemente ogni suoi quadro.


Non si tratta però, di una sterile simbologia dicotomica, per la quale il gesto meta-narrativo diventa infruttifera trasposizione del dato reale, quanto piuttosto di vera e propria partitura sillabica, tanto è vero che le campiture, larghe e articolate che caratterizzano le sue composizioni, palesano una straordinaria coralità che, ovviamente, discende da uno studio, attento ed efficace, delle tinte e da un’inappuntabile impaginazione della tela.


Dario Romano è infatti tra quei pochissimi artisti che amano assaporare ogni pennellata, ogni tocco, ogni singolo frammento pigmentale, rendendolo unico, in grado, cioè, di sostenere quel complesso ordito che conduce a quella bella apertura immaginativa per cui figura e paesaggio diventano entrambe parte di un armonico connubio fra impressione e sensazione.


Ciò si nota, in modo davvero particolare, nella scelta dei soggetti attuata dall’artista che spesso richiamano alla mente un passato rurale in cui lo scorrere, lento e incessante, del tempo era scandito dall’alternarsi ciclico delle stagioni, con ritmi mai routinari, ove l’uomo, la vegetazione gli animali risultavano in perfetto equilibrio: quell’equilibrio dinamico delle forme e dei colori che Dario Romano riesce sapientemente a rievocare sulla tela con passione e affettuoso trasporto, cercando di mettersi continuamente in gioco.

Unitamente a questo aspetto, va parimenti posta attenzione agli accenti luministi declinati, senza esitazioni o pentimenti, nel condurre l’esecuzione dell’opera: la luce, calda e palpitante, si posa dolcemente su quanto raffigurato contribuendo, in maniera determinante, ad accentuarne la stretta fisicità, in accordo con quel dinamismo centripeto che caratterizza tutta la produzione di Romano.

In questo modo si spiega, a nostro avviso, la cura quasi maniacale che Dario riserva all’espressione dei sui personaggi che non paiono mai freddamente “in posa”, ma colti in attimi di vita reale.


Ne sono un eloquente esempio i bambini, che spesso compaiono nei suoi dipinti nella freschezza dei loro volti, ma anche gli anziani, in cui aspetto si carica di una singolare autorevolezza, e anche, pur sembrano assurdo a prima vista, la visione espressiva e posturale degli animali, che talvolta sono lo specchio di vizi e virtù umane o ne tratteggiano, con pacata ironia, le debolezze più lievi e veniali.

Così facendo, Dario Romano riesce a superare il confine che segna il passaggio, davvero obbligato, tra ideazione rappresentativa e intuizione, creando passaggi cromatici di avvolgente intensità.


Già da queste osservazioni appare sempre più chiaro che la pittura di Romano, dietro un’apparente facilità di lettura, nasconde una riflessione attenta e perspicace del vivere, in seno alla quale è estremamente gradevole perdersi ad libitum.

Di qui è facile sostenere, pur con tutte le dovute cautele che esige una riflessione di questo genere, che di fronte ai quadri del pittore bresciano non è difficile attuare una sorta di “specchiamento”, nel senso che nelle situazioni rappresentate risuonano echi di una quotidianità a cui tutti sono chiamati a fare fronte; quella quotidianità che va oltre qualsiasi barriera temporale dal momento che afferisce pienamente alla condizione umana.


Beninteso: quella di Dario non è una pittura criptica “mascherata” da un’apparente patina di disincanto; è, al contrario, una pittura che si presta a letture diverse e sempre più profonde, al punto da offrirsi a infinite letture e interpretazioni.

E questa, ne siamo assolutamente certi, risulta essere una delle caratteristiche stilistiche più pregnanti di questo eclettico artista che si esprime con un linguaggio pittorico alquanto personale.